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Escursione esperienziale in pineta: i cinque sensi

Uniti in profondità

Tu sei cieco
e io sono sordo
e muto:
se la tua mano tocca la mia
ci capiremo.
Adesso, giochiamo a nascondino.

Se ti nascondi nel mio cuore
non sarà difficile trovarti.

Ma se ti nascondi
dietro il tuo guscio,
sarà del tutto inutile
che chiunque
tenti di cercarti.

Kahlil Gibran

Stamattina abbiamo fatto un’escursione esperienziale nella pineta di Castel Fusano. In due ore di passeggiata abbiamo scoperto molto di noi e del territorio che ci circonda.

Abbiamo utilizzato tutti e cinque i sensi. Tutti insieme abbiamo scoperto e riscoperto (nonostante abbia fatto questa attività moltissime volte ogni volta è per me una riscoperta) che in ogni parte dell’escursione c’erano uno o più sensi che risultavano predominanti in un momento o nell’altro.
Nel bosco predominava l’olfatto: l’odore del bosco e dell’erba era molto forte. Abbiamo percepito l’odore di umido e di alcuni legni in decomposizione e dei fiori.

Nella strada sterrata predominava la vista: si spaziava a 180° vedendo alberi, foglie, cielo, nuvole. In tutto il percorso è stato possibile toccare le piante, l’erba e gli alberi: in particolare abbiamo toccato la corteccia di un pino marittimo, sentito la sua rugosità, il calore che emanava il legno e visto la sua forma particolare con alcuni strati ondulati. Abbiamo infine ascoltato il cinguettio di alcuni uccelli.


“Quali sensi siamo abituati ad usare normalmente?” ci siamo chiesti.
I partecipanti hanno scoperto in che modo allenare anche gli altri sensi, quanta consapevolezza abbiamo quotidianamente di ciò che sentiamo, odiamo, odoriamo, tocchiamo e di quanto invece ne abbiamo avuta oggi durante l’attività.
Ognuno oggi ha potuto percepire quali sensi usa di più e quali sviluppare, ha potuto dare un senso diverso ad una semplice passeggiata.
Stamattina abbiamo passeggiato allegramente. L’atmosfera è stata leggera parlando di tutto un po’. Ognuno di noi è arrivato stamattina portando con sé le proprie esperienze della settimana, il proprio sentire di come si è alzato stamattina. Nonostante ciò, iniziando a camminare, ci si è armonizzati sulla leggerezza e sul piacere della passeggiata. In questo modo la parte esperienziale è stata anch’essa leggera e arricchente.

Una serata divertente tra elfi, maghi, cuochi: il gioco di ruolo

Giocare di ruolo.

Un’attività portata avanti dal 1987 al 2011 dal sottoscritto, come recitava il titolo di un film, ogni maledetta domenica… ma pure sabato e talvolta anche il venerdì. Cosa succedeva ogni volta?

Ogni volta alcune persone si sedevano attorno ad un tavolino, tiravano fuori una serie di libri colorati e dadi dalle forme curiose: piramidi, ottaedri, icosaedri… a seconda del numero di facce. Il “cubo”, il dado a sei facce che penso tutti conosciamo faceva pure parte della partita, ma di fronte a tutto il resto dell’arsenale che comprendeva dadi a 4, a 8, 10, 12, 20 e via fino a 100 facce, era poca cosa. Per quanto appariscenti i dadi non erano il punto centrale delle serate, ma neanche i libri: essi contenevano decine e decine di regole, elementi di descrizioni e informazioni utili, ma non determinanti ai fini dei gioco. Se dovessi fare un esempio è come se dovessi descrivere come funziona un treno e finora ho solo accennato a traversine e binari.

Di tutte le persone sedute al tavolo una di loro aveva un ruolo leggermente diverso rispetto agli altri chiamato in molti modi: game master, dungeon master, master, narratore, regista, demiurgo… ho perso il conto, nomi diversi per definire sempre il medesimo ruolo: quello che trasforma il contenuto dei libri di cui sopra in alberi, case, persone, creature fantastiche e tutto quel che richiedeva l’ambientazione in gioco per la serata. Elfi, vampiri, maghi, dinosauri… persino cartoni animati, ho giocato con ambientazioni di ogni genere, ma in 25 anni ho sì e no sfiorato la superficie di un oceano vasto e, soprattutto, profondo.

Dunque il “master” aveva il compito di raccontare tutti gli elementi dell’ambientazione, ma allora gli altri giocatori cosa facevano? Gli altri giocatori interpretavano i personaggi principali della storia. Chi di voi non ha mai giocato, magari quando era molto piccolo, al gioco dei ruoli? Guardie e Ladri? Mamma e Figlia? Il Dottore?

Tutti giochi in cui il divertimento viene non dall’acchiappare i ladri o sfuggire alle guardie, ma nell’essere l’uno o l’altro e interpretare appieno la parte. Nel caso di guardie e ladri le due cose più o meno coincidevano, ma nei giochi di ruolo di cui sto parlando in queste righe c’è una marcia in più: la storia.

Il master tiene le fila di un racconto, più o meno lungo, in cui i giocatori sono attori e protagonisti, ma di cui, come spesso accade nella realtà, non sanno nulla.

Per citare uno dei Giochi di ruolo (GdR) più famosi (non il migliore, semplicemente quello di cui, per un motivo o per un altro si ha avuto quantomeno notizia) chiamato Dungeons & Dragons©, in questo sistema di gioco i giocatori vengono coinvolti in un ambientazione fantasy che ricorda un po’ il signore degli anelli, ma con molti più effetti speciali, in cui sono stati condensati tutti gli elementi presenti nella narrativa fantastica di fine XIX secolo e buona parte del XX. Ogni giocatore, in accordo col master, sceglie il proprio personaggio (o i propri: talvolta ne vengono giocati anche due), la “classe” (vale a dire il mestiere: ladro, bardo, mago, cuoco… mai interpretato un cuoco?) e poi le varie abilità di cui dispone: se è un mago saprà fare le magie, se è un ladro sarà esperto in serrature, se è un guerriero avrà abilità per il combattimento e così via.

Una volta fissati i personaggi, dei quali il master non sa nulla se non classe e razza, la narrazione ha inizio e i giocatori vengono coinvolti nella storia. A turno ognuno racconta le azioni del proprio personaggio in reazione a quanto narrato dal master.

Dunque abbiamo un giocatore che non ha un personaggio proprio, ma che conosce tutti gli elementi della storia e degli altri che hanno i personaggi principali, sanno come “muoverli” all’interno dell’ambientazione, ma non sanno assolutamente come andrà a finire la storia che il master inizia a raccontare.

La serata prosegue amabilmente tra un bicchiere di birra o di vino (in una gloriosa serata del 1990 ci scolammo una bottiglia di brunello del 1985 mangiando pizza) e gesta eroiche in cui i personaggi di cui sopra devono salvare una principessa, per esempio, dal castello salvo poi decidere di mettersi d’accordo col mago che l’ha imprigionata, spartirsi i soldi del riscatto e sparire… e innescando una serie di storie secondarie, altrettanto interessanti, in cui gli “eroi” le pensano tutte per sfuggire all’ira del padre che non poteva che essere un Re.

La principale differenza con la commedia dell’arte sta proprio nella totale apertura del finale: il master non è il capocomico, non indirizza in alcun modo le scelte degli attori/giocatori verso un finale preciso…

Nel gioco di ruolo pubblico e attori sono la stessa cosa e l’unico limite si chiama “sospensione dell’incredulità”, quella soglia da non superare mai pena la fine del gioco.

La serata finisce o quando i giocatori si sono stancati di giocare o… quando è troppo tardi e il sonno li reclama!

Teatro e consapevolezza: quale relazione?

Il teatro può sviluppare una maggiore consapevolezza di sé?

Come si può sviluppare la propria consapevolezza? Come riusciamo ad accedere a quelle risorse interiori che ognuno di noi ha? Come si può effettuare un percorso di crescita personale connettendosi alla propria essenza?

In questa serie di articoli vi mostrerò 7 metodi efficaci per riuscire a connettervi con il vostro più profondo io.

Oggi parleremo del teatro e di come può essere un valido strumento di consapevolezza.

Molti di voi conosceranno il teatro e saranno andati a diversi spettacoli. Tuttavia probabilmente non avranno prestato attenzione a ciò che seguirà.

Seguitemi ed entriamo insieme nella biglietteria.

Paghiamo il biglietto, qualche passo ed eccoci nella sala. E’ ancora illuminata: davanti a noi le gradinate con le poltrone. Prendiamo alcuni posti. Vicino a noi altre persone.

Osserviamo.

Già dall’entrata possiamo capire molte aspetti su di noi e sugli altri. Hai immaginato dove ti sei seduto? E dove si sono seduti gli altri? Come è fatta la sala? Quali le sensazioni? Quali gli odori?

Ci sediamo. Uno sguardo al cellulare, qualche parola e poi le luci si spengono.

Il sipario si apre.

Gli attori iniziano la scena.

Siamo noi e loro.

Per tutta la durata dello spettacolo sospendiamo l’incredulità.

E i testi e le frasi celebri riecheggiano nelle nostre menti: da Sofocle a Shakespeare, da Pirandello a Beckett, dalla commedia dell’arte al teatro napoletano.

Parole e personaggi che raccontano una storia, la loro storia, ma in qualche modo anche la storia di ognuno di noi.

“Essere, o non essere, questo è il dilemma: se sia più nobile nella mente soffrire i colpi di fionda e i dardi dell’oltraggiosa fortuna o prendere le armi contro un mare di affanni e, contrastandoli, porre loro fine? Morire, dormire… nient’altro, e con un sonno dire che poniamo fine al dolore del cuore e ai mille tumulti naturali di cui è erede la carne: è una conclusione da desiderarsi devotamente. Morire, dormire. Dormire, forse sognare.” Amleto Shakespeare

“Nel teatro si vive sul serio quello che gli altri recitano male nella vita.”

Eduardo De Filippo

A volte maschere, a volte personaggi più o meno credibili, a volte animali. Ogni personaggio, ogni storia è in qualche modo collegato con noi.

Ascoltiamoci.

Il nostro respiro. E’ veloce? Lento? Regolare? Asincrono? E noi come stiamo? I nostri piedi? Le nostre mani?

E adesso mettiamoci per un momento all’altra parte: noi attori in quel palcoscenico.

Di nuovo le luci si spengono, le voci si fanno flebili. Il silenzio. Solo noi illuminati dai faretti. Il pubblico ci guarda. Iniziamo la nostra parte.

Come ci sentiamo?

Quali le nostre emozioni?

Quali sensazioni abbiamo? Le nostre mani come sono? E i nostri piedi? Le gambe, le braccia e tutto il nostro corpo?

La voce com’è? E la gola?

Il respiro?

Di nuovo ci ascoltiamo, senza giudizio.

Per fare pratica di visualizzazione commentate questo articolo. Come vi siete sentiti quando andate a teatro? E a mettervi nei panni dell’attore? Sul palcoscenico?

San Valentino in pineta

Un angolo di cielo, un albero, un pungitopo, un lentisco. E’ uno squarcio di Pineta di Castel Fusano.

Hai voglia di idee nuove per passare un San Valentino pieno di romanticismo?

Noi siamo andati nella pineta di Castel Fusano, tra storia e natura.

Abbiamo passeggiato annusando l’aria tiepida di stamattina, facendo un tuffo nelle tradizioni romane e attuali.

Abbiamo preso il tempo, correndo tra secoli, minuti e secondi a nostro piacimento. In un via vai di presente e passato.

Abbiamo camminato nella storia.

La via Severiana, costruita nel 198 d.C. dall’imperatore Settimio Severo, era un’antica strada romana che congiungeva Portus (l’odierna Fiumicino) con Terracina.

La strada è lunga circa 80 miglia romane ed ha presentato notevoli difficoltà costruttive a causa dei numerosi corsi d’acqua che scendono dai monti dell’entroterra, impaludandosi.

Gli ingegneri romani conficcarono, per superare i corsi di acqua, alcuni piloni di legno nel terreno. Successivamente riempirono lo spazio fra i piloni con grosse pietre che vennero compresse fortemente e riempite ulteriormente di terra. Avevano così creato dei terrapieni rialzati di uno o due metri rispetto al livello della palude su cui poi venne realizzata la strada.

La via Severiana è stata costruita inizialmente per scopi commerciali: la calce, proveniente dai monti Lepini, necessaria per la manutenzione del porto di Ostia arrivava più comodamente. Successivamente la straordinaria ubicazione di essa, le ha permesso di diventare la via di accesso alle ville sul litorale romano.

Accanto a noi la macchia mediterranea: i lecci con il loro tronco rugoso, i pungitopi, il lentisco.

Ancora un tuffo nella storia: stavolta quella della festa di San Valentino.

La tradizione di San Valentino quale protettore degli innamorati risale all’epoca romana.

Per gli antichi romani febbraio era il periodo in cui ci si preparava alla stagione della rinascita. A metà mese, fin dal quarto secolo a.C., iniziavano le celebrazioni dei Lupercali, per tenere i lupi lontano dai campi coltivati.

Nel 496 d.C. Papa Gelasio annullò la festa pagana decretando che venisse seguito il culto di San Valentino, protettore degli innamorati.

Tuttavia a quale santo si riferisce?

Le fonti non sono certe in quanto esistono molti santi di nome Valentino.

La teoria più accreditata si riferisce a Valentino di Terni del II secolo d.C.

Solo successivamente viene collegato il culto di San Valentino all’amore romantico.

Alla fine del 1300 Geoffrey Chaucer, in onore delle nozze tra Riccardo II e Anna di Boemia, scrisse “The Parliament of Fowls”, in cui venne associato Cupido a San Valentino. In Francia e Inghilterra, nel Medioevo, si riteneva che a metà febbraio iniziasse l’accoppiamento degli uccelli: evento che si prestava a far consacrare il 14 febbraio come la festa degli innamorati.

Continuando a camminare nella storia attraverso i secoli, nei paesi anglosassoni dal 1400 la festa di San Valentino ebbe anche connotazione più sociale, con scambio di “Valentine”, dei bigliettini d’amore con le sagome dei simboli dell’amor romantico (cuori, colomba, Cupido). Tale usanza divenne molto comune nel 1800.

A metà Ottocento negli Stati Uniti, Esther Howland iniziò a produrre biglietti di San Valentino su scala industriale.

E in Italia?

In Italia ormai la festa di San Valentino è legata alla parte commerciale dei Baci Perugina, alla tradizione di una cena romantica e di un mazzo di rose rosse.

Come nascono i Baci Perugina?

Era il 1922 quando Luisa Spagnoli, nel tentativo di contenere i costi di produzione, impasta la granella di nocciola, residuo di tante lavorazioni, aggiungendovi una nocciola intera e ricoprendola con l’inconfondibile cioccolato Luisa. Vista la forma simile alla nocca di una mano lo chiama “Cazzotto”.

Nel 1924 il cioccolatino prende la sua forma e il nome attuale.

Giovanni Buitoni racconta: <Come avrebbe potuto un cliente entrare in un negozio e chiedere, magari ad una graziosa venditrice, “Per favore, un cazzotto?” Tolsi il cartello e ne misi uno nuovo “Baci Perugina”>.

Il futurista Federico Seneca conferisce l’immagine al Bacio Perugina: l’incarto color argento e le scritte blu, il bigliettino con la frase d’amore, la confezione con i due amanti che si baciano ispirati al dipinto di Hayez “Il Bacio”.

E così camminando fisicamente in mezzo alla pineta e metaforicamente nella storia siamo passati dagli antichi Romani ai giorni nostri.

L’umido ci fa accelerare il passo. La nostra passeggiata si sta concludendo.

Ci fermiamo qualche minuto al sole per riscaldare il nostro corpo e anche la nostra mente.

Abbiamo camminato qua e là, vagando e girando, tra i nostri antenati e le nostre tradizioni, tra un territorio che ci parla delle nostre origini, del nostro passato, della nostra storia e contemporaneamente nel nostro presente, del qui e ora.

Passeggiare consapevolmente

Che cosa è passeggiare? Avete mai passeggiato prestando attenzione al vostro corpo, al vostro modo di essere e di sentire, a quello che provate?

A prima analisi sembra banale e quasi inutile la prima domanda. Se pensiamo alla seconda domanda invece osserviamo grandi cambiamenti.

Sperimenteremo insieme e descriveremo in questo articolo cosa può significare passeggiare.

Che cos’è quindi passeggiare?

Possibili risposte sono: muovere i piedi; camminare andando da un posto all’altro; percorrere; camminare per svago.

E chiedendosi invece cos’è passeggiare con consapevolezza?

Quante informazioni può dare una camminata?

Vi racconto una storia.

Il piede nudo di Laura appoggia delicatamente sul terreno. I polpastrelli toccano dapprima sul prato, poi  tutta la pianta. Il piede subito si alza: il prato è umido e bagnato. Si riappoggia. Laura prova una gradevole sensazione: l’erba è morbida, la terra accogliente. Il piede si posiziona ben piantato a terra. Laura lentamente mette giù anche il secondo piede. Con calma osserva i suoi piedi: le dita appoggiano completamente nella terra, i talloni sprofondano leggermente nel prato. Con estrema lentezza Laura si muove: alza un piede, dapprima porta il peso sull’avampiede e poi lo stacca da terra. Successivamente alza il ginocchio corrispondente, lo ruota, distende la gamba riavvicinando il piede a terra. Il piede cerca l’appoggio corretto e prima sul tallone e poi con la punta ritrova la terra.

Un passo.

E poi un passo dietro l’altro.

Prima lentamente poi più velocemente.

Sempre più velocemente.

Una corsa.

Il respiro di Laura è veloce, ritmico. Il suo corpo pieno di endorfine.

E poi…

Questa storia ha tanti seguiti possibili.

Cosa ci mostra questa storia?

Laura sta facendo una camminata consapevole.

Sta prestando attenzione a quello che fa, nel qui e ora.

E’ presente a se stessa.

Non giudica. Osserva.

Cosa si può ottenere in questo modo?

Laura avrà tanti vantaggi: conoscenza del suo corpo, delle sue emozioni, del territorio in cui vive. Riuscirà a sviluppare meglio il problem solving, la sua creatività e la sua empatia. Sarà una persona migliore.

Le parole descrivono egregiamente. Tuttavia provare questa esperienza può dare un valore decisamente maggiore a tutto questo.

Vieni a provarlo con noi! Ti aspettiamo!

Vieni ai percorsi di benessere: passeggiate benessere_febbraio

Cene abbracciando il cibo

Locandina Apericena 2 febbraioAvete mai provato a cenare abbracciando il cibo? Avete mai gustato davvero il cibo che mangiate? Avete piena consapevolezza di voi, del vostro palato, della vostra lingua, della consistenza di quello che assaporate?

In questo viaggio di oggi potremo vedere insieme il mondo che ci circonda con occhi diversi, una nuova bellezza interiore, un percorso che ci porta ad unire il cibo che mangiamo con le nostre tradizioni, con un percorso interiore per vedere con occhi diversi noi e l’ambiente in cui viviamo.

L’Italia: 21 regioni con diversi usi e costumi. Una miscellanea di visi, tradizioni, parole, cibi, posti.

Uno scoglio…ascolto il rumore dell’acqua che si infrange sulle rocce. Lo spruzzo limpido, spumoso ed energico. L’odore del mare. E quell’odore mi appartiene, rimane nei vestiti, nei capelli, nella pelle. Non mi lascia velocemente. Riporta la coscienza a tanti anni indietro quando un bambina costruiva mondi incantati con la sabbia: castelli, vulcani, montagne, tartarughe, pesci, principi e principesse che popolavano un mondo immaginario. E poi una vongola, una cozza, un piccolo pesce. E allora le emozioni vanno avanti pensando ad una passeggiata al tramonto, una cena romantica al lume di candela gustando un meraviglioso piatto di pesce, forse gli spaghetti alle vongole o un risotto allo scoglio. O un buon crudo di pesce. Quel principe o quella principessa è ancora viva in noi. Poi ritorno nel presente, nel qui e ora. Il risotto alla pescatora che sto mangiando è colorato, il profumo del pesce è intenso: vi sono cozze, vongole, calamari, polipetti, un gamberetto. Il riso è chiaro in contrasto marcato con il pesce. Accompagno con un goccio di vino bianco per esaltare il gusto. I miei piedi sono fermi sul pavimento. Il respiro è accelerato. Parlo e mangio insieme. Le mie mani si muovono velocemente. Le realtà fantasticate sono sempre presenti, ma in qualche modo lontane.

Il cielo azzurro, il freddo, una vetta bianca all’orizzonte, l’aria rarefatta…vicino a me una calda polenta al sugo di capriolo. Facile ritornare indietro a tanto tempo fa quando una bambina giocava a palle di neve e con lo slittino. Facile che la mente ritorni a quel profumo di cannella, tipico dei biscotti natalizi. Facile che la mente mi veda già sugli sci per fare un’altra pista e poi un’altra ancora. Respiro. Respiriamo. Insieme ritorniamo alla polenta. Quella polenta gialla, densa, che emana fumo e profumo con accanto il sugo rosso, con il sapore carico di selvaggina.

Ventuno regioni, ognuno con i suoi piatti: dai primi di pesce, ai tortellini, dalle lasagne al ragù, alla parmigiana, dalle bruschette, alle verdure, ai secondi, ai dolci. Una tradizione culinaria ricca, ricchissima.

E noi? Come stiamo noi? Cosa ci ricorda ogni piatto? E come stiamo nel qui ed ora? Cosa ci dice il nostro cuore ogni volta che assaporiamo una pasta, quella particolare pasta? E quella verdura?

Come sono legate al nostro vissuto? E ai nostri sogni?

Tante vite che si intrecciano, tanti corpi che si parlano.

Mi faccio portare dal corpo in questo viaggio. Il viaggio attraverso il cibo, attraverso l’Italia, attraverso il nostro territorio, attraverso me stessa.

E vi porterò in questo viaggio agli Apericena culturali: viaggi attraverso l’Italia e dentro di noi!

Non perdetevi il prossimo!

apericena_2 Febbraio